Sergio Caputo

(di Paolo Di Motoli)

“Testi musiche e arrangiamenti di Sergio Caputo”, questa la scritta che si può leggere sulla copertina di ogni album (in vinile o CD) del nostro poliedrico autore. Il grande successo ottenuto nel 1983 con “Un sabato italiano” confermato e superato dai successivi “Italiani Mambo” (1984), “No Smoking” (1985), “Effetti personali” (che si avvale della tromba di Dizzy Gillespie) hanno trasformato Sergio in una sorta di icona musicale del decennio. L’artista romano però è molto di più di un’icona vintage perché, oltre a innovare la musica pop italiana innervandola di sonorità jazz, swing, boogie woogie, è riuscito a diventare riconoscibile attraverso i suoi testi raffinati pieni di riferimenti colti (“gli esistenzialisti mi snobbavano perché / mi hanno visto ridere / abbracciato a te”; “L’orchestrina si diverte / a massacrare / uno standard della dolce Bessy Smith”) e giochi linguistici. Caputo è musicista, autore di testi, scrittore e pittore. Ci pare che la sua abilità con la chitarra sia cresciuta con il tempo e lo ha portato a incidere negli Stati Uniti, dove ha vissuto per oltre dieci anni, un album strumentale (That Kind of Thing) che ha vinto l’Award per l’album indipendente più scaricato nel 2005. I primi testi di Caputo ci fanno immaginare un mondo di artisti e di viveur da night che rimandano a una vita da jet set vissuta, immaginata o desiderata “se la gente di qui ci avvilisce così e ci tratta da ragazzini è perché alla Tv non guarda i film su New York City” ma proprio come Fred Buscaglione, che scriveva di serate americane e di swing nella plumbea Torino degli anni Cinquanta, Sergio Caputo evoca viaggi in taxi e locali dove si balla cheek to cheek come Fred Astaire, nei locali della Roma anni Ottanta che poco avevano a che fare con quelli vagheggiati nei suoi testi. Nelle sue esibizioni cerca ottimi strumentisti jazz che magari durante il giorno insegnano musica alle scuole medie ma di sera riproducono suoni da Big Orchestra. La riconoscibilità dei suoi testi è notevole tanto che ascoltando “Susanna” cantata da Celentano sulla musica del gruppo Vof de Kunst dal titolo non faticheremo a riconoscere il “tocco” di Sergio che nel 1987 ne scrisse il testo. La vena ludica di Caputo non si esaurisce solo nelle vertiginose frasi di alcune sue canzoni (“Metamorfosi autoprescriversi dei farmaci per incrementare la crescita della peluria sullo stomaco / Puoi difenderti sbattermi nel limbo degli archetipi / farti due risate sui miei limiti / mettermi le corna terapeutiche”) ma si è esercitata anche sulle copertine dei suoi album. In No Smoking del 1985 vediamo Sergio in Smoking che fuma, con un provocatorio doppio senso sul fumo e sull’abito. Particolarmente onirica e felliniana (come la Roma di Sergio e degli “equilibristi in bilico sul fine settimana”) la copertina di Sogno erotico sbagliato del 1990. Si tratta di un album musicalmente influenzato da atmosfere americane country e rock, e che rappresenta la copia in negativo di una immagine da calendario patinato con la classica pin up seduta su una bella auto. La donna però assomiglia più alla Signorina Felicita di Gozzano e la macchina è ormai un tetro rottame arrugginito mentre sullo sfondo si nota un leopardo che pare imbalsamato. Si tratta di un sogno rappresentato con cura in una fotografia quasi come un disegno di Fellini.

Un album di “svolta”, dopo che Sergio ha partecipato a due edizioni di San Remo, è poi Lontano che vai (1989) pieno di sonorità metalliche e di testi più “realistici” con un omaggio al rock molto ben confezionato ne “Il bimbo ha quarant’anni” (“la vita sa di tappo e lui c’ha il palato troppo fine! Dice il papà”). Il brano presente nell’album e cantato a San Remo intitolato “Rifarsi una vita” sembra anticipare la decisione del nostro autore di lasciare l’Italia e andare a vivere negli Stati Uniti.

Sergio Caputo, dopo il suo rientro in Europa, non ha perso la sua vena e ascoltando il recente “Pop Jazz and Love” e lo scoppiettante “Non fidarti di me”, canzone dell’omonimo album del 2017, frutto della collaborazione con Francesco Baccini, altro autore di successo dalla vena altamente ironica, ci pare che il divertimento, l’ironia e al tempo stesso l’amara riflessione dei testi del passato ne risulti potenziata (“non fidarti di me non so neanche che giorno è domani!”).

Le canzoni di “Un sabato Italiano” sono state reincise (2013) e risuonate con il quintetto con cui Sergio si esibisce dal vivo è ci consegnano sonorità meno artefatte (senza i sintetizzatori del passato) ma con le vecchie storie della “Roma felliniana”. Queste sono raccontate in modo più analitico nel secondo libro di Caputo (Sabato italiano memories) pubblicato proprio in occasione del trentennale del “fetido cortile che ricomincia a miagolare” che ne racconta lo sfondo e l’ispirazione più profonda.

Translated songs: